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La correttezza al frullo: istinto o apprendimento?

30 lug
Tempo di lettura: 5 min

di Andrea Granelli



RUBRICA | NELLA MENTE DEL SETTER

Viaggio tra etologia, neuroscienze, storia e selezione del cane da ferma

Ogni comportamento dei nostri Setter racconta una storia lunga migliaia di anni. In questa rubrica cercheremo di comprenderla mettendo in dialogo esperienza sul campo, storia della cinofilia, etologia e moderne neuroscienze. L’obiettivo non è stabilire chi abbia ragione, ma capire meglio il Setter e le ragioni biologiche dei suoi comportamenti.



Parte I


Tra le qualità richieste nelle prove di lavoro dei cani da ferma figura la correttezza al frullo e allo sparo. Nelle competizioni rappresenta uno dei requisiti fondamentali del soggetto ideale e, nella cultura cinofila, viene spesso considerata una qualità che la selezione dovrebbe rendere sempre più naturale.


Eppure, osservando il comportamento dei giovani Setter, nasce spontanea una domanda: la correttezza al frullo è davvero un comportamento innato, come la ferma, oppure rappresenta una straordinaria capacità che chiediamo al cane di apprendere?


È una domanda che mi accompagna da molti anni.


In oltre trent’anni trascorsi cacciando esclusivamente con i Setter ho visto manifestarsi spontaneamente la cerca, la ferma e, in molti soggetti, anche il consenso e il riporto. Non ho invece praticamente mai osservato un giovane Setter rimanere immobile al primo frullo del selvatico. Le uniche eccezioni hanno riguardato pochissimi soggetti dal carattere particolarmente timido, nei quali l’immobilità sembrava derivare dalla sorpresa o dalla cautela provocate dall’improvviso rumore del frullo, più che da una spontanea correttezza. Per tutti gli altri la reazione è stata pressoché identica: il selvatico parte e il cane lo segue, magari solo per pochi metri, magari con grande impeto, ma lo segue.


Naturalmente questa non è una dimostrazione scientifica. È soltanto un’osservazione maturata in tanti anni di caccia. Tuttavia è stata proprio questa esperienza a farmi sorgere un dubbio: siamo davvero di fronte a un difetto del cane, oppure stiamo osservando la naturale conclusione della sua sequenza predatoria?



La ferma: un comportamento scritto nel patrimonio genetico


Esiste un punto sul quale allevatori, addestratori ed etologi concordano quasi unanimemente: la ferma è un comportamento innato.

Può essere affinata, consolidata o, al contrario, compromessa da un addestramento scorretto, ma non può essere insegnata se manca. Un Setter privo dell’istinto della ferma non diventerà mai un autentico cane da ferma semplicemente attraverso l’addestramento.


Dal punto di vista evolutivo la ferma rappresenta una straordinaria modifica della normale sequenza predatoria del canide. Davanti all’emanazione della selvaggina il cane interrompe l’avanzata e rimane immobile, permettendo al cacciatore di avvicinarsi.


È una delle più affascinanti specializzazioni comportamentali ottenute dall’uomo attraverso secoli di selezione.



La sequenza predatoria non termina con la ferma


Per comprendere ciò che accade al momento del frullo è utile ricordare come funziona la sequenza predatoria naturale.


In modo semplificato comprende:


  • ricerca;

  • localizzazione;

  • avvicinamento;

  • inseguimento;

  • cattura;

  • uccisione;

  • consumo.


Nei cani da punta la selezione ha inserito una fase particolare: la ferma.


Ma la ferma non elimina la sequenza predatoria.


La interrompe temporaneamente.


Le moderne neuroscienze descrivono infatti la predazione non come una semplice successione di comportamenti indipendenti, ma come un programma comportamentale coordinato da specifici circuiti cerebrali. Una volta iniziata la ricerca, ogni fase prepara naturalmente quella successiva.


Quando il selvatico si invola compare improvvisamente lo stimolo che, in condizioni naturali, conduce alla prosecuzione della sequenza: la fuga della preda.


Per il cervello di un predatore questo rappresenta uno dei principali segnali che trasformano la ricerca in inseguimento. Se così è, la rincorsa non rappresenta necessariamente un errore. Potrebbe semplicemente costituire la naturale prosecuzione di un programma comportamentale che il cane aveva già iniziato a mettere in atto. È una distinzione sottile, ma importante. Un conto è correggere un comportamento anomalo. Un altro è chiedere al cane di inibire una risposta biologicamente prevista, perché la selezione e le esigenze della prove di lavoro richiedono qualcosa in più rispetto a ciò che la natura aveva originariamente costruito.



Cosa ci insegna la storia


Anche la storia della cinofilia offre uno spunto interessante. I primi Setter lavoravano molto prima della diffusione del moderno fucile da caccia. Il loro compito era trovare il selvatico, fermarlo e consentire al cacciatore di avvicinarsi per catturarlo con reti o falchi.


La richiesta di rimanere immobili durante il frullo, lo sparo e la caduta del selvatico nasce soprattutto con l’evoluzione della caccia a fucile e trova la sua massima espressione nei field trial britannici dell’Ottocento. Non è un caso che i grandi cinofili inglesi, come Edward Laverack e William Arkwright, distinguessero chiaramente tra qualità naturali e breaking, cioè il percorso educativo che trasformava un giovane cane in un soggetto completamente affidabile durante la caccia.


Il termine broken dog non indicava un cane nato perfetto, ma un cane che aveva imparato a controllare i propri impulsi. Già questa terminologia suggerisce che la correttezza assoluta non fosse considerata semplicemente un istinto.



Perché la scuola inglese ricercava tanta correttezza?


La risposta è soprattutto pratica. Un cane che rincorre può attraversare la linea di tiro, disperdere una brigata di starne, compromettere altre occasioni di caccia o aumentare il rischio di incidenti.


Nelle grandi shooting estates inglesi il Setter aveva principalmente il compito di cercare e fermare il selvatico, mentre il recupero della selvaggina abbattuta veniva spesso affidato ai Retriever, razze selezionate proprio per il riporto.


È quindi comprensibile che la correttezza al frullo sia diventata una qualità sempre più ricercata. Tuttavia non tutte le forme di caccia hanno le stesse esigenze.


Nella caccia pratica, soprattutto quando è lo stesso Setter a occuparsi anche del recupero del selvatico, una breve rincorsa può persino rivelarsi utile. Seguendo il capo abbattuto per alcuni metri, il cane può memorizzarne meglio la direzione di fuga e il punto di caduta, facilitando il successivo riporto. Questo non significa che la correttezza sia inutile o superata. Significa semplicemente riconoscere che il valore attribuito alla correttezza assoluta può variare in funzione del contesto venatorio e del ruolo che chiediamo al nostro cane di svolgere.



Una domanda ancora aperta


La storia della cinofilia e le moderne conoscenze etologiche sembrano quindi suggerire una distinzione importante.


La ferma è una straordinaria specializzazione genetica della sequenza predatoria.


La correttezza al frullo, invece, appare più vicina a una capacità costruita sull’interazione tra predisposizione genetica, maturazione del cane, esperienza e addestramento.


Questo non significa necessariamente mettere in discussione il valore della correttezza nella caccia moderna o nelle prove di lavoro. Significa piuttosto ricordare che dietro quel comportamento esiste un delicato equilibrio tra istinto, selezione e apprendimento. Forse il vero obiettivo non dovrebbe essere ottenere un cane che abbia perso il desiderio di rincorrere, perché quel desiderio rappresenta probabilmente una parte integrante del suo patrimonio biologico.


Dovremmo invece cercare un cane che, pur conservando intatto il proprio istinto predatorio, sia capace di collaborare con il proprio conduttore nel modo richiesto dal tipo di caccia che siamo chiamati a praticare. Per alcuni questa collaborazione si tradurrà in una correttezza assoluta al frullo, indispensabile nelle prove e nella tradizione britannica. Per altri, soprattutto nella caccia pratica, potrà convivere con una breve rincorsa che non compromette il lavoro e che, in determinate situazioni, agevola il successivo riporto.


La vera domanda, forse, non è se la correttezza al frullo sia giusta o sbagliata. Se è il frutto della collaborazione tra uomo e cane più che un istinto selezionato, dovrebbe essere valutata allo stesso modo delle qualità naturali nelle prove di lavoro? E, se comporta un importante sforzo di autocontrollo, è corretto considerarla un requisito fondamentale nella selezione del Setter, oppure dovremmo riflettere sul suo reale ruolo rispetto alle doti naturali della razza?



Nel prossimo appuntamento della rubrica Nella mente del Setter ci sposteremo dal comportamento al cervello. Abbiamo selezionato soltanto ciò che il Setter fa, oppure, inconsapevolmente, anche il modo in cui vive la caccia? Le moderne neuroscienze stanno iniziando a offrire spunti sorprendenti. Parleremo del sistema SEEKING, della motivazione predatoria e di una domanda tanto affascinante quanto attuale: è possibile che la più grande ricompensa per un Setter non sia la cattura del selvatico, ma la ricerca stessa?



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